
Qualche riga fa, a proposito dei Fratelli Calavera, scrivevo che sono gli scheletri di tre rockstar morte suicide. Perché puntare proprio sugli scheletri quando avremmo potuto farne zombie, fantasmi, cloni o altri esserini molto più up-to-date e più facili da disegnare? Per un paio di buone ragioni.
La prima è che da Bosch a Dürer, da Ghost Rider a Kriminal, gli scheletri sono sempre stati un archetipo visivo della Madonna. La seconda è che gli scheletri, o meglio Calaveras, sono da sempre un leit-motiv del folklore messicano. Penso allo Tzompatli di Chichen Itza, con tutte le sue teste di morto una in fila all’altra, ma anche al ritratto di Luther Burbank di Frida Kahlo o ai teschi di zucchero candito che sbocciano sulle bancarelle di tutto il Messico in occasione del giorno dei morti.
Forse, però, l’artista che ha saputo riassumere al meglio lo spirito dei calaveras è stato Jose Guadalupe Posada, un incisore vissuto all’inizio del secolo a Città del Messico. Posada ha illustrato con i suoi bianchi e neri pastosi migliaia e migliaia di racconti, ballate chiamate corridos e articoli di giornale, e in Messico è considerato un mito. In compenso, qui non se lo fila nessuno. Peccato: perché i Calaveras spettrali, grotteschi e dinamici come quello che vedete qui sopra sono il punto di partenza ideale per chiunque voglia fare un fumetto a base di morticini. Per esempio, noi.
Per vedere le Calaveras di Posada e farvi un’idea del nostro punto di partenza, potete cliccare qui. I nostri, invece, arrivano.
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